Il Sostegno

 

 

 

 

 

 

Aspetti generali

 

Iniziare il percorso per divenire famiglia accogliente è come iniziare un viaggio avendo solo vaga conoscenza della meta, spesso idealizzata, ma fortemente desiderata. E’ un viaggio all’insegna dei rischi del provvisorio, del casuale e dell’emergenza. Esistono diverse forme di accoglienza a metà strada tra l’intervento sociale e il volontariato che assumono diversi nomi: appoggio familiare (quando una famiglia aiuta il figlio di un’altra famiglia per brevi periodo e per scopi precisi, quali ad es. lo studio o la custodia temporanea), o l’azione di famiglie che aiutano famiglie (quando una famiglia aiuta un’altra attraverso un sistema di rete sociale volontaria costituita da associazioni o da enti educatori). L’accoglienza familiare si verifica con una certa frequenza spontaneamente ad esempio per dare modo a madri con figli di poter lavorare e di poter essere guidate nell’accudimento dei figli e nella loro emancipazione sociale. Sono forme di accoglienza che si rivolgono all’altro fuori da schemi predefiniti sul piano legislativo ma che nascono dalla volontà di essere d’aiuto agli altri. Definire queste iniziative nell’ambito di una singola motivazione è difficile perché nascono spontaneamente dalla reazione degli uni con gli altri, senza norme e con tanto buona disposizione. Anche queste iniziative spontanee soffrono di derive e di malintesi o di percorsi non sempre ottimali perché è un comportarsi comunque a rischio senza la protezione anche generica dei servizi sociali. Il valore di questo agire spontaneo è socialmente incommensurabile perché si riferiscono all’adesione di uno stile di vita già innato da parte di chi vuole aiutare e di una constatazione di realtà da chi è disposto ad essere aiutato. Ovviamente differenti sono le situazioni tra l’accoglienza di minori e l’accoglienza di adulti, o l’accoglienza di anziani o di soggetti con disabilità, ma nella nostra esperienza esiste una radice comune ineludibile che costituisce un’essenza di valore, purtroppo controcorrente nella nostra società.

Lo faremo qui per alcuni punti significativi, consapevoli che questi non sono i soli possibili, consapevoli che le forme di accoglienza sono tante quanta è la fantasia di chi si inventa come aiutare l'altro seguendo il suo stile di vita. 

 

L’ affiancamento familiare

 

Questa forma di accoglienza e di vicinanza verso gli altri è antica, spontanea. Qui la ricordiamo sia nella sua forma più diretta e mono strutturata e sia nella forma spesso denominata di appoggio familiare o talora di affido dolce o anche affido diurno che attiene alle attività del servizio sociale a sostegno delle famiglie con qualche difficoltà. L’affiancamento familiare può essere solo una forma di semplice vicinanza e di consiglio oppure strutturarsi in interventi complessi che attengono alla forma di “famiglie che aiutano famiglie” nate nel mondo anglosassone e ora attuate anche in Italia. Questa forma di accoglienza, per le situazioni più complesse, esige una adeguata preparazione della famiglia accogliente per poter entrare all’interno delle famiglie problematiche e svolgere un lavoro educativo nell’offrire alla famiglia accolta la possibilità di recuperare le proprie capacità genitoriali. Alcuni esempi: aiuto per sostenere la scolarità dei figli, aiuto per agire con funzione mediatrice con famiglie migranti, vicinanza e sostegno a famiglie con componenti disabili o anziani, vicinanza e sostegno a mamme sole, vicinanza e sostegno a gruppi di vita per adolescenti, o vicinanza e sostegno a gruppi di vita per giovani oltre i 18 anni per aiutarli nell’ingresso nella vita attiva, accogliere minori e adulti con età e caratteristiche diverse, prive di ambiente familiare idoneo, allo scopo di garantire un contesto di vita caratterizzato da un clima di disponibilità affettiva con rapporti individualizzati per assicurare sviluppo e maturazione affettiva, educazione, mantenimento, assistenza, partecipazione alla vita sociale. 

 

Le reti familiari

 

La rete come insieme – aggregazione “movimento” di nuclei familiari che hanno tra le loro scelte caratteristiche, l’apertura all’accoglienza, principalmente come scelta di condivisione, sotto lo stesso tetto, o meglio nella propria famiglia, che si ritrovano in un “sentire comune” che va oltre l’accoglienza. Alcuni elementi costitutivi delle Reti familiari potrebbero essere:

  • avere come riferimento un‘associazione, un ente giuridico, una cooperativa, una congregazione religiosa.

  • avere elaborato uno statuto, un regolamento, da cui emerga la storia dell’associazione, della rete, gli obiettivi, le linee pedagogiche, valoriali a cui si riferisce.

  • riconoscersi in una proposta di formazione permanente che aiuti a “sentirsi parte” di un cammino specifico, alimentare le radici motivazionali e “vocazionali”. 

 

Le comunità di famiglie

 

Si intende per comunità di famiglie, la scelta di alcune famiglie di andare a vivere vicino, all’interno di una stessa casa colonica, ex conventi o in appartamenti attigui dello stesso stabile, ciascuno con la sua identità ed autonomia abitativa. Le famiglie scelgono di vivere l’una accanto all’altra, in un rapporto di solidarietà, di aiuto reciproco, di collaborazione, di messa in comune delle proprie risorse, anche lavorative ed economiche. Ogni famiglia mantiene la propria scelta ed autonomia nell’accoglienza. Il rapporto dell’Ente pubblico è con le singole famiglie accoglienti. Sul piano dell’accoglienza, la vicinanza rappresenta un supporto sia dal punto di vista del confronto educativo, (spesso le famiglie hanno frequenti e programmati momenti di scambio e di confronto) dal punto di vista anche materiale, (momenti della giornata, accompagnamento a scuola, ecc) ma anche offre la possibilità alle persone accolte di esperimentare una accoglienza allargata, con altri minori e ragazzi accolti, con altre figure di adulti educative. Le comunità di famiglie hanno in sé altre potenzialità. La messa in comune anche di esperienze lavorative, ad esempio:

  • attività agricole o di artigianato, permette l’accoglienza di soggetti con problematiche varie, adulti, accoglienze temporanee;

  • avere spazi più ampi, quali una vecchia casa colonica, permette di attivare parti dello stabile per accoglienza di nuclei familiari, mamme con bambini ecc.;

  • l’essere composta da famiglie referenti garantirebbe un ambiente familiare allargato e non rischierebbe di caratterizzarsi per forme organizzative simile agli istituti ristrutturati. 

 

 

 

Nel 2009, in Italia, i minori collocati fuori dalla famiglia di origine erano 26.000 e sono in costante aumento in tutti i paesi tecnologicamente avanzati. Negli Usa le previsioni secondo modelli teorici calcolati tra il 1990 e il 2020 prevedono un costante aumento dei minori in cerca di famiglia con una tendenza alla contrazione del numero di famiglie disponibili all’accoglienza. Il punto di incrocio tra linea della offerta e linea della domanda è avvenuta negli anni 2004 e 2005: è già iniziata la fase di carenza di risorse familiari accoglienti. Questo determinerà nei paesi socialmente avanzati una incidenza sostanziale nei programmi sociali e un rilevante costo economico, di qui alla necessità di provvedere ad una comunicazione socialmente utile per orientare e per favorire l’accoglienza etero familiare di minori.

 

Il diritto primario del minore a vivere, crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia è un principio costituzionalmente riconosciuto e rafforzato dalla Legge 149/01 “Modifiche alla Legge 184/83 relativa alla “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”.

Le famiglie che vogliono accogliere un bambino hanno in Italia diverse possibilità principalmente legate agli istituti dell’adozione e dell’affido nelle sue diverse forme. Esistono tuttavia anche altre situazioni di accoglienza a metà strada tra l’intervento sociale e il volontariato che assumono diversi nomi:

appoggio familiare (quando una famiglia aiuta il figlio di un’altra famiglia per brevi periodo e per scopi precisi, quali ad es. lo studio o la custodia temporanea), o l’azione di famiglie che aiutano famiglie (quando una famiglia aiuta un’altra attraverso un sistema di rete sociale volontaria costituita da associazioni o da enti educatori).

Si verifica con una certa frequenza spontaneamente per dare modo a madri con figli di poter lavorare e di poter essere guidate nell’accudimento dei figli e nella loro emancipazione sociale.

 

Come si può vedere l’accoglienza familiare ha differenti forme, da quelle giuridicamente regolate a quelle assolutamente spontanee con differenti situazioni da territorio a territorio in relazione anche alle politiche sociali regionali e della attività in loco delle associazioni familiari volontarie che costituiscono la rete di appoggio di penetrazione delle attività accoglienti. Altra componente rilevante è lo stato di conoscenza e di penetrazione della cultura dell’accoglienza nel tessuto sociale soprattutto in una società tendente alla parcellizzazione familiare e quindi al depauperamento degli elementi di variabilità e di flessibilità entro familiare (oggi sono prevalenti le famiglie con un solo figlio avuto al limite dell’età feconda della donna. Questo significa grande scarto generazionale e quindi difficoltà di coesione sociale).

 

Le più recenti ricerche concordano che:

  • le cure materne e paterne prodigate al bambino nei primi anni di vita rivestono un’importanza fondamentale per l’armonico sviluppo della sua salute mentale;

  • per cure materne e paterne si devono intendere non solo il soddisfacimento dei bisogni fisiologici immediati di nutrimento, assistenza e protezione, ma anche la capacità di assicurare adeguate risposte ai bisogni affettivi e intellettivi del bambino;

  • la privazione prolungata di cure familiari nell’infanzia può avere ripercussioni gravi, talvolta permanenti, sulla formazione del carattere e quindi sulla personalità adulta;

  • sono diverse le conseguenze nel caso in cui il bambino non abbia mai a avuto una relazione stabile e rassicurante con le figure paterna e materna dalla situazione in cui questa relazione invece esisteva ed è stata interrotta;

  • la carenza di cure familiari è negativa per tutto l’arco dell’età evolutiva, dalla nascita all’adolescenza, ma è tanto più grave quanto più si configura come “un’assenza completa”. La perdita delle figure materne e paterne è meno grave se è temporanea;

  • il collocamento in comunità assistenziale deve essere pertanto il più breve possibile e solamente in funzione di una soluzione eterofamiliare da individuare al più presto;

  • le cure familiari di cui il bambino necessita possono essere fornite da persone diverse da coloro che l’hanno generato, purché esse assicurino un legame affettivo intimo e costante, fonte di soddisfazione e gioia;

  • gli istituti educativo-assistenziali, anche se organizzati nei cosiddetti gruppi famiglia, non sono strutturalmente in grado di fornire ai bambini relazioni interpersonali che assicurino loro le necessarie cure familiari;

  • la prevenzione dei danni da carenza di cure familiari può essere attuata assicurando, quando possibile, ogni aiuto alla famiglia d’origine perché possa svolgere adeguatamente il suo compito educativo oppure garantendo ai bambini privi di un idoneo ambiente familiare un’altra famiglia (adozione o affidamento, a seconda della situazione). 

 

 

 

La bussola che guida il viaggio verso l’accoglienza la chiameremo senso morale, anche se queste parole hanno nel parlare comune una coloritura di antiche letture pseudo-religiose e pseudo-filosofiche. Useremo l’espressione senso morale unicamente per indicare la traccia che porta ciascuno di noi a fare scelte fondamentali per il proprio esistere, in modo sia consapevole sia inconsapevole, in certi momenti della nostra vita. E’ un tipo di analisi che per certi tratti esclude volutamente gli studiosi del settore (perché soggettivamente non coinvolti), ma non esclude la conoscenza scientifica sociologica e psicologica. Gli avvenimenti che accadono nel processo di accoglienza possono infatti essere tutti ipotizzati teoricamente dallo studioso, ma solo chi lo ha vissuto su se stesso può compiere una analisi interiore scoprendo qualcosa di sé e qualcosa dei suoi compagni di viaggio. Questa è una affermazione che, sostenendo la scientificità dello studio psico-sociale, la sviluppa in termini conoscitivi verso chi ha vissuto l’esperienza dell’accoglienza anche in termini di evoluzione personale operando una restituzione che non è solo tecnica (come può fare un osservatore esterno), ma di maturazione individuale, di cammino interiore, di rivisitazione del proprio sentire ed agire.

 

Accoglienza dei legami deboli

 

L’esperienza delle famiglie accoglienti ripercorre quella specificità dei legami sfumati, «deboli», quelle relazioni di gruppo che costituiscono la possibilità di sperimentare un clima familiare definito da un insieme di atmosfera, cultura, valori, risorse, reti sociali che possono essere fattori di protezione e di empowerment per minori in situazioni di svantaggio e per le famiglie stesse che affrontano queste esperienze. Per le famiglie accoglienti possiamo ipotizzare che tutte, quale che sia la forma e la configurazione dei modelli familiari, abbiano in sé una potenzialità riparativa che scaturisce dall’«eccedenza familiare», dal progetto di generatività che permette di moltiplicare e trasferire risorse. La famiglia in questi casi frequentemente rivela tutta la sua «forza di attrazione». Infatti, le possibilità offerte da nuovi legami possono consentire al minore di proiettarsi nel futuro e di riprogettare la propria rete di investimenti e significati affettivi, rendendo possibile una lettura del proprio passato da una nuova prospettiva e di correggere i modelli relazionali costruiti precedentemente sulla base dei legami con le figure di riferimento infantili. Tale prospettiva tuttavia non è da applicarsi solo ai minori coinvolti in tali processi, ma anche agli adulti e alle famiglie. Si può affermare, pertanto, che vi sono diversi aspetti che portano i genitori accoglienti ad assumere un ruolo, nello stesso tempo, speciale e complicato. Le famiglie accoglienti sono necessariamente complesse; le loro storie sono segnate dalla consapevolezza che esistono delle differenze rispetto alla maggior parte delle altre famiglie. Quando questa complessità è accettata, quando le perdite e le separazioni sono elaborate e risolte, quando i genitori e i loro figli sono soddisfatti del legame su cui si fonda la famiglia ci sono i presupposti per affermare che la forza di attrazione familiare ha funzionato. 

 

 

 

Nell’accoglienza di minori e di adulti, come anche nell’affido e nell’adozione, è necessario porsi consciamente delle mete.

Accogliere un minore o un adulto significa anche porsi una responsabilità formativa e accettare di essere al contempo formati. Accade il medesimo processo con i figli naturali: essi sono formati nella famiglia e la famiglia è da loro formata. La differenza sta nel fatto che nella famiglia naturale i fatti hanno un impatto “naturale” e stemperato dalla normalità degli avvenimenti, dal succedersi degli eventi entrati nella costituzione sociale e culturale della piccola comunità chiamata famiglia (che ha un suo passato e un suo vissuto condiviso).

Nel caso dell’accoglienza, in tutte le sue forme, l’impatto empatico è molto forte e meno “normale”. Il passato ed il vissuto dell’accolto deve essere condiviso e il passato e il vissuto della famiglia deve entrare a far parte del bagaglio dell’accolto. Un passaggio delicato formato sul fronte interno familiare da legami deboli che nel loro insieme formeranno la base dell’accoglienza reciproca. Sul fronte esterno invece la famiglia e l’accolto sono per realtà sociale controcorrente rispetto alle altre famiglie. Questa evidenza può porre la famiglia accogliente in maggiore evidenza gratificativa, alimentando la sua autostima, ma al contempo contiene il germe del narcisismo e dell’ambiguità nascosta nell’altruismo. Nell’accolto rimane sempre il problema delle proprie radici e della continua necessità di rivisitare il suo passato per rimodellarlo per sé stesso e per i legami affettivi, formativi e culturali che ha acquisito.

Vi è necessità di porsi mete formative che istruiscano il nostro agire giorno per giorno: devono essere generali, tanto generali da essere essenziali.

 

La domanda nel dare è la seguente: cosa vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli?

 

La capacità di essere autonomi

 

Non per disponibilità economica, perché quella semmai viene dopo, ma la capacità di fare scelte secondo la propria natura, secondo le proprie capacità e le proprie disabilità. Questo tema può ovviamente essere molto dilatato; mi limiterò ad una sola riflessione sul dare. I nostri figli devono essere capaci di decidere autonomamente (che non è…. ora faccio quello che voglio..). Come ha chiaramente espresso Tuggia (2008) decidere significa, primariamente, “uscire da noi stessi”: la decisione si alimenta da un bisogno, da una mancanza… forse per questo oggi non si decide volentieri, in una società in cui l’eccesso di opportunità paralizza perfino il sogno. Per una riflessione più strettamente educativa sottolineo alcuni elementi:

  • il sé: ci si deve conoscere per decidere o, quantomeno, la decisione ti spinge drammaticamente a farlo. Ogni scelta compone o ricompone la nostra biografia: continuità e discontinuità, coerenza e tradimenti sono passaggi necessari di ogni vita; 

  • la traiettoria: è la direzione della scelta, è la valutazione della direzione, la quantità delle nostre forze. Individuare una traiettoria significa anche fare i conti con i vincoli, gli attriti, le resistenze;

  • la progettazione: è la capacità di pensare e attuare un piano d’azione, facendosi carico della capacità di convivere con l’ambiguità e la complessità che abitano il nostro mondo, superando l’orizzonte spesso angusto dell’utilità soggettivamente attesa, di uno sguardo senza prospettiva. 

 

Educare alla decisione presuppone oggi una percezione sofisticata delle sfumature, la consapevolezza della molteplicità delle prospettive, l’umiltà di muovere un passo senza la pretesa della definitività. 

 

La capacità di perseguire la qualità

 

Educare alla qualità è molto difficile perché si basa non sulle parole ma sull’esempio e sulla coerenza delle persone significative per l’accolto. Non sono i sermoni che radicano la rettitudine, ma l’esempio e la coerenza nel vivere quotidiano. Oggi è anche difficile parlare di rettitudine. Questa è una parola obsoleta non solo perché richiama l’osservanza di precetti familiari che non esistono più ma semplicemente perché oggi la rettitudine non si esprime con concetti apodittici determinati da un norma ma da pensieri a rete che si intersecano e rendono multifattoriale non solo l’analisi, ma anche le conclusioni (basti pensare al conflitto tra etica politica e sobrietà personale, tra amore e sessualità, tra editti pro-famiglia di alcuni politici e distruzione della propria in uno sfilacciamento di perdonismo maschilista, anche nella senilità). Le contraddizioni del nostro vivere mettono a dura prova questa meta formativa anche nello specchio magico della famiglia, soprattutto perché la nostra società oscilla nel mettere a valore i fatti, le opinioni, le convinzioni con molta elasticità opportunistica che difficilmente possono essere comprese da un bambino, ma anche da un adulto di altra cultura. Lo stesso impianto multiculturale determina non più “verità” dogmatiche, ma necessità di fare scelte personali, di chiarire distinguo (oggi si dice di declinarle….), che di volta in volta hanno semi di opportunità o di qualità molto variabili. Per questo oggi essere genitori è difficile, più difficile che in passato quando il compito primario dei genitori era la sussistenza familiare (sì, lo so, ora non si muore di fame e allora sì.., ma ora si muore “dentro” e allora forse meno).

 

Aspetti specifici

 

Nella prima fase dell’accoglienza la spinta altruistica ha la proprietà di valorizzare tutto quanto incontra ed assomiglia all’amore-agape, ma senza l’intervento della ragione non è possibile determinare la continuità e portare a buon fine l’impulso iniziale. Infatti, ogni impulso, anche il più altruistico e solidale, in mancanza di razionalità, si snatura. Bisogna esprimere una morale razionale che nasca dall’allargamento emozionale completato e garantito dalla ragione. Tradurre questi concetti in atti pratici è frutto della razionalità, del ragionamento, della competenza e della continua vigilanza verso gli altri e verso sé stessi. Si deve acquisire una vigile consapevolezza dei propri errori e di quelli altrui e continuamente è necessario compiere continue modificazioni di rotta per riuscire vicendevolmente, e in modo partecipe, portare a destino quanto entrambe le parti ritengono giusto e morale per sé stesse. Questa impostazione rimanda nei concetti più filosofici alla formulazione kantiana sull’essere ragionevole comportamento che deve essere considerato un fine e non un mezzo. Su questa base diremo che per la famiglia accogliente l’accoglienza non è un mezzo (per dare casa ad un bambino, ad una mamma e ad un “chiunque”), ma è interiormente un fine. L’etica in questa situazione è realmente la soppressione del calcolo dell’utile per sé e diviene un esercizio a favore degli altri con la sostituzione del “me” con il “chiunque”. I temi delle funzioni, dimensioni e connessioni della solidarietà, del significato del dono e del ruolo della reciprocità sono stati a lungo indagati. Recentemente si è operata una revisione critica dei diversi approcci teorici e si sono messe in luce le difficoltà metodologiche legate alla ricerca empirica sull’altruismo, la solidarietà, la cooperazione cercando la possibilità di un fondamento non trascendente dell’azione orientata al benessere altrui. A partire dai fondamenti biologici del comportamento fino alle più sofisticate determinazioni della teoria dell’azione razionale, passando per l’idea di azione collettiva e di bene pubblico, sono state esplorate le difficoltà di un pensiero che vuole prescindere da un’effettiva ricollocazione valoriale del soggetto.

L’azione altruistica deve prendere senso in condizioni di libertà, e non si coniuga con i vincoli di sangue, ma con la vicinanza empatica. Dopo il gesto altruistico si sviluppa nelle parti un processo emozionale complesso che deve essere caratterizzato da una generosità a cui deve seguire una elevata elaborazione razionale. Nell’accoglienza familiare deve convivere lo slancio e il raziocinio, il vantaggio per il minore e il vantaggio per i genitori accoglienti: non sono vantaggi materiali, ma vantaggi interiori espressi da un agire che chiunque può fare se governato da una ragione morale. L’eccezionalità non è quindi intrinseca nell’opera svolta, ma solo nella scarsa frequenza con cui avviene. Per questo le famiglie accoglienti sono famiglie “normali”, ma sono giudicate “controcorrente”. Aver cura di un bambino non proprio diviene così una azione non compresa perché i figli altrui si considerano “di nessuno”, come se i minori abbandonati non fossero figli di tutti.

Il non farsi carico di questa emergenza, nascondendoci dietro a un non mi tocca, non mi appartiene, si pensi il servizio sociale, è colpa grave sul piano sociale perché dimostra che non essendone colpito non ne sono nemmeno sensibilizzato. In questo contesto concettuale si ha il capovolgimento delle visioni e, se si è disturbati dal minore accattone, si è anche disturbati dal servizio che opera “per portare via ad una mamma il suo figlioletto”.

 

La famiglia accogliente è un nucleo sociale in cui si massimizza l’utilità collettiva imperniata sul minore, un’impresa che si basa sull’idea che essere morali significa impegnarsi per rendere massimo il saldo di utilità per il maggior numero possibile di attori che ruotano attorno alla figura del bambino cercando di portarlo verso un futuro senza sradicarne vissuto e sentimenti. Questo è dunque un tentativo di dare risposta coerente e razionale all’altruismo verso i minori, senza pietismi di slanci irrazionali, ma con ragionevole consapevolezza nella costruzione del moderno stato sociale del benessere.

 

Solo l’abitudine alla riflessione morale modifica il nostro carattere e solo l’unione dell’altruismo con la ragione determinano il comportamento morale. Questo passaggio tuttavia non può avvenire una volta per sempre ma dobbiamo vivere questo dualismo tra altruismo e ragione continuamente per riuscire a trasformare il nostro agire in morale. Di qui la necessità continua del confronto con sé stessi, con il proprio partner e con altre famiglie che hanno vissuto e che vivono le stesse esperienze.

 

Fonti

  • Ambrosini M., Marchetti C., Cittadini possibili. Un nuovo approccio all’accoglienza e all’integrazione dei rifugiati. Editore Franco Angeli, 2008.

  • Autori vari. Madrugada, 61, marzo 2006.

  • Bruni A., Manuale per famiglie controcorrente. L'accoglienza familiare tra teoria e pratica, Edizioni Psiconline, 2011.

  • Diocesi di Milano. Servizio per la famiglia. Abitiamo l’accoglienza. Percorsi di apertura possibili per comunità parrocchiali e famiglie. Editore In Dialogo. 2008.

  • Giovannetti M., L’ accoglienza incompiuta. Le politiche dei comuni italiani verso un sistema di protezione nazionale per i minori stranieri non accompagnati. Editore Il Mulino. 2008.

  • Gregorio D., Tomisich M. Tra famiglia e servizi: nuove forme di accoglienza dei minori. Editore Franco Angeli, 2007.

  • Guerrieri A., Odorisio M. L., A scuola di adozione. Piccole strategie di accoglienza. Editore ETS , 2007.

  • Limone P., L’ accoglienza del bambino nella città globale. Armando Editore, 2007.

  • Macario G., Dall’istituto alla casa. L’evoluzione dell’accoglienza all’infanzia nell’esperienza degli Innocenti. Editore Carocci 2008. 

 

 

ESTRATTO DAL BLOG CRESCERE FIGLI ALTRUI http://crescerefiglialtrui.typepad.com/

 

 

 

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